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Berlusconi: la decadenza cambia poco a chi gli deve tutto

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Se il Parlamento italiano fosse un Parlamento invece di un’odiosa congrega di persone in gran parte dedite al malaffare. Se la maggior parte dei parlamentari non fossero privi di ogni capacità professionale e politica, che è il motivo per cui interpretano l’alto ufficio che ricoprono come soluzione alle loro necessità esistenziali. Se quella parte modesta di loro non inquinata da delinquenza e superficialità avesse una statura etica e politica sufficientemente sviluppata per comprendere che essere uno statista è incompatibile con compromessi quotidiani e richiede scelte impopolari. Se tutto questo non fosse; ecco, si potrebbe dire che il mercante è stato scacciato dal tempio della democrazia. E si potrebbe gioire del nuovo inizio che la scomparsa politica di B. renderebbe possibile. E invece…

Il punto è che la decadenza da senatore e l’ineleggibilità futura di B. sono un dettaglio; hanno solo il modesto effetto di rallegrare quelli che credono nella giustizia degli uomini, questa cosa lentissima che tuttavia, alfine e dopo 20 anni di prescrizioni (appositamente accorciate), amnistie e leggi ad personam (il fatto non è PIU’ previsto dalla legge come reato), si è compiuta. Ma il loro impatto politico è inesistente. Perché il berlusconismo è vivo, anzi più che mai vivo. Per l’ottimo motivo che di politico non ha nulla. Berlusconismo significa sfruttamento delle istituzioni per il proprio interesse personale; disprezzo per la legalità; delegittimazione delle strutture e degli uomini che tentano di tutelarla; vincoli omertosi e spesso mafiosi tra gli adepti della consorteria, ognuno consapevole che la propria fortuna o (quando va male) sopravvivenza dipende dalla fortuna o dalla sopravvivenza degli altri.

I leader di un’organizzazione come questa non hanno bisogno, per dirigerla e utilizzarla, di una carica istituzionale. In particolare B., che ne è anche il padrone economico, potrà chiedere e ottenere ubbidienza dai parlamentari che gli sono rimasti fedeli (la maggior parte). C’è qualcuno che dubita dell’asservimento di costoro nel momento in cui si trattasse di emanare una legge che – ad esempio – accorciasse ulteriormente (con effetto retroattivo) i termini di prescrizione per la frode fiscale o per la prostituzione minorile o per la corruzione giudiziaria?

Davvero persone che debbono tutto a B., posizione sociale ed economica, potere (soprattutto potere), proverebbero vergogna nel proporlo (appena scaduto il periodo di interdizione dai pubblici uffici che sarà confermato dalla Cassazione tra un paio di mesi) come presidente del Consiglio, presidente della Repubblica, ministro (perfino della Giustizia – poco male visti i precedenti), cariche tutte che non richiedono la qualifica di parlamentare? Sono ovviamente domande retoriche, lo stesso B. vi ha dato risposta, nel corso del suo eversivo comizio, in contemporanea con la sua cacciata dal Senato: sono e resto il leader, i miei elettori mi vogliono. Certo, tutto questo presuppone che il potere della fazione di B. si accresca, almeno fino a compensare la modesta diaspora di Alfano e degli altri rinsaviti dell’ultimo giorno. Ma di questo sono convinti tutti; altrimenti perché avrebbero tanta paura di elezioni immediate che metterebbero la parola fine a un’esperienza politica schizofrenica e distruttiva per il Paese?

Il Fatto Quotidiano, 29 novembre 2013

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