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Costa più non curarsi che curarsi davvero,ma chi è povero può curarsi? Il servizio sanitario nazionale prevede che il paziente possa rivolgersi al medico di base, e sarà lui a decidere se indirizzarlo verso un terapeuta, un centro di salute mentale, o un consultorio, totalmente gratuito. Ma è difficile arrivarci, conferma Silvana Galderisi, presidente dell’Associazione Europea di Psichiatria: «Un medico di famiglia con 1500 assistiti visita ogni anno da 45 a 75 pazienti depressi. La diagnosi corretta viene formulata nel 40% dei casi e soltanto la metà di questi riceve un trattamento adeguato». Ammettere di avere bisogno di aiuto è il primo passo: «A quel punto la responsabilità del terapeuta è enorme. Basta una parola sbagliata per far ritirare il paziente. Accade più spesso con gli uomini che con le donne: quando un uomo sta male ha bisogno di essere preso in braccio come un bambino, le donne hanno più risorse per rimettersi in piedi», racconta Banon. «Il costo delle terapie si è abbassato, pur di accaparrarsi i clienti c’è chi pratica prezzi stracciati», conferma Migone. «E’ vero che il paziente povero esita ad affrontare l’analisi, ma la persona è capace di spendere la stessa cifra per andare in discoteca o iscriversi in una palestra».

«Per il mio analista spendo meno che per i miei vestiti», ammette Martina, milanese, quarantenne. «Ho bisogno di loro e di lui. Un’ora ogni sette-dieci giorni, finora sono quattro incontri. Per la prima volta nella vita parlo senza sentirmi giudicata. Racconto, rido, piango, lui dice che sono bipolare e tendo a drammatizzare le emozioni, andando su e giù sull’ottovolante della vita. Ora stiamo lavorando per capire perchè scelgo sempre uomini sbagliati, molto narcisisti, qualche volta violenti e svalutanti».

I tirocini fasulli e i disoccupati

«Ci indigniamo quando dopo 11 anni di un percorso formativo molto costoso e dopo 1000 ore di tirocinio, le cooperative ci offrono lavoro a 7,50 euro lordi l’ora. O quando vediamo che al posto nostro lavorano persone non qualificate, a costi bassissimi», dice Carla Azzara, studentessa iscritta a Psicologia alla Sapienza di Roma. Giulia racconta così sei mesi di cosiddetto «tirocinio» alla Asl E di Roma: «Li ho passati stando al desk a rispondere alle telefonate, senza mai dialogare con un paziente e senza essere neppure rimborsata delle spese».

È questa, tra i 61mila ragazzi iscritti in Italia ai corsi di laurea in psicologia, la protesta più diffusa: «I cinque anni di università passano facendo solo teoria e pochissima pratica. Quando ti trovi davanti a un paziente non sai come comportarti perché nessuno te l’ha insegnato». I numeri forniti dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi parlano chiaro: solo la metà degli oltre 100.000 iscritti versa i contributi alla cassa di previdenza. Significa che il 50% degli psicoterapeuti italiani è disoccupato o sottoccupato, per un reddito medio di 960 euro mensili. Nel nostro paese ci sono 60 psicologi ogni 100,000 abitanti. Un record: nel Regno Unito sono 23, in Spagna 7. Un primato favorito dal fiorire di troppe scuole e indirizzi di laurea in psicologia: 370.

La necessità del dubbio

«Un numero sempre più alto di pazienti viene a studio e dice: “Dottoressa sto male, cosa devo fare?”. Vogliono subito risposte a domande che non si fanno. Non hanno mai tempo, prendono l’appuntamento successivo a 15 giorni e poi due ore prima ti chiamano per dirti che hanno altre cose da fare. Difficile lavorare così», racconta Alberta Emiliani, analista a Bologna. «Non è pensabile di rallentare il mondo in cui viviamo, il nostro rapporto con il tempo accelerato che caratterizza questi anni. Ma la risposta non può essere solo individuale, è anche politica e sociale. Dobbiamo ritrovare ideali che ci permettano di rifondare la fiducia in noi stessi, nell’altro e nel futuro: oggi è proprio del futuro che ci sentiamo derubati», dice Anna Maria Nicolò, presidente della Società Psicanalitica Italiana. Come imparare a convivere con l’incertezza che ci circonda?

«Dubitare è uno strumento importante nell’approccio alla realtà. Troppo spesso le scoperte della scienza attuale fanno immaginare di essere onnipotenti, o immortali: possiamo cambiare il corpo, mai invecchiare, avere figli anche oltre la menopausa, ma queste sono soluzioni illusorie. Se riusciamo a riconoscere l’incertezza insita nella natura umana e non ce ne facciamo dominare, avremo una posizione sempre critica e matura».

Dopo la pubblicazione di questo articolo abbiamo ricevuto da Paolo Migone una precisazione:

Su La Stampa del 21-5-2018, pp. 10-11, è stato pubblicato un articolo di Sandro Cappelletto dal titolo “Depresso un italiano su cinque: le cure fai da te sono un’emergenza”, in cui vengono intervistate varie persone tra cui me. Ritengo che alcune delle mie affermazioni siano state travisate. In un passaggio, all’interno di un paragrafo intitolato “Farmaci, Counselor e truffe”, sembra che io voglia svalutare la categoria professionale dei counselors, o che addirittura li accusi di essere dei truffatori, quando invece la mia posizione è che tutte le professioni meritano il massimo rispetto e che sono utili nell’affrontare la sofferenza psicologica, come è anche nella tradizione dei Paesi anglosassoni. Questa mia posizione è testimoniata anche dal mio impegno nel “Coordinamento Italiano Professionisti della Relazione d’Aiuto”, una associazione che valorizza le diverse professioni e la loro collaborazione reciproca, al di là dei vari corporativismi. Il problema di come affrontare la sofferenza psicologica in Italia non è certo il fatto che vi siano i counselors o altri professionisti delle relazioni di aiuto. Magari ve ne fossero di più.

Paolo Migone, Condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane (www.psicoterapiaescienzeumane.it)

La risposta dell’autore del servizio:

Una fervida dialettica, da tempo, contrappone psicanalisti e counselor.

Prendo atto della precisazione del dottor Migone e vorrei poter dire di aver frainteso le sue affermazioni, ma temo di averle capite bene.

Sandro Cappelletto

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