Siamo immersi nella settimana di Giovanni Falcone, il 18 maggio è stato l’ottantesimo compleanno del giudice antimafia, il 23 maggio è l’anniversario della strage di Capaci in cui le mafie assassinarono lui, la moglie Francesca Morvillo e la loro scorta. E’ una delle settimane più intense di un lungo periodo della memoria civile che, ogni anno, ci accompagna fino a fine luglio, con le ricorrenze legate anche a Paolo Borsellino, don Gallo, Rita Atria, Peppino Impastato. E Roberto Mancini, il primo poliziotto ad indagare e documentare le ecomafie che avvelenano e devastano la Campania. E non solo, perché i tentacoli delle eco camorre sono floride e attive nel basso Lazio, in Abruzzo, in larga parte del Nord Italia. Sono tanti i possibili esercizi della “memoria”. C’è l’ipocrisia delle belle parole delle pompose cerimonie, c’è il silenzio di chi si amalgama e china la testa. E c’è chi cerca di portare avanti una vera commemor-azione, proseguendo sui passi, le denunce e l’impegno di chi fisicamente non è più tra noi. Pippo Fava ai microfoni di Enzo Biagi, in quella che fu la sua ultima intervista prima di essere assassinato, disse che “i mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione” denunciando subito dopo che la mafia “è un problema di vertice della gestione della nazione ed è un problema che rischia di portare alla rovina, al decadimento culturale definitivo l’Italia”. Il figlio Claudio, in un articolo del gennaio di due anni fa, scrisse una denuncia dello stesso tenore. Le mafie cercatele in “certi insospettabili consigli d’amministrazione. Nelle logge massoniche coperte. Nelle carriere fulminee di certi oscuri ragionieri. Nei cantieri della civilissima Brianza. Nei subappalti per il movimento terra a mille chilometri dalla Sicilia. Cercatela a Reggio Calabria e ad Abu Dhabi (nell’ordine che preferite). Cercate la mafia in prossimità delle parole eleganti e discrete con cui vi spiegano che la mafia è sempre altrove, altre sono le emergenze, ben altro chiede il Paese. Infine, cercatela tra i vivi, non solo nel mesto elenco dei morti”. Ecco, le mafie vanno cercate, denunciate, combattute da vivo e nel mondo dei vivi. I mandanti, gli interessi, le trame, della strage di Capaci e via D’Amelio, dell’assassinio di Peppino Impastato, dei veleni che uccisero Roberto Mancini, sono vivi e floridi, proseguono ininterrotti, macinano ancora miliardi di euro e sono presenti nell’economia, nella “politica”, nella società. E allora, nella settimana del giudice che disse che per combattere la mafia bisogna seguire i “soldi”, ripercorriamo una delle vicende simbolo della “Terra dei Fuochi” campana.

Devastazione e avvelenamento di un territorio

“Gli abitanti del paese rischiano di morire tutti di cancro entro venti anni. Non credo che si salveranno gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di Principe, Castel Volturno e così via avranno forse venti anni di vita”. Una dichiarazione lapidaria che Carmine Schiavone, pentito dei Casalesi e cugino di “Sandokan”, rilasciò alla Commissione Bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti nella seduta del 7 ottobre 1997.

Secondo una perizia di sette anni fa a nord di Napoli – tra Giugliano, Parete, Villaricca, Qualiano, Villa Literno – entro il 2064 il percolato prodotto da 341 mila tonnellate di rifiuti speciali pericolosi, 160 mila e 500 tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi, 305 mila tonnellate di rifiuti solidi urbani, precipiterà nella falda e avvelenerà decine di chilometri quadrati di terreno e tutto ciò che lo abiterà. La perizia fu redatta da un geologo – Giovanni Balestri – e depositata nel processo di primo grado per la discarica Resit. Dopo le contestazioni delle difese degli imputati, in sede di processo d’appello era stata nominata una nuova perizia ad altri. 84 pagine che hanno in sostanza confermato quanto scrisse Balestri e che “risulta accertato che la contaminazione è in atto ed è aumenta progressivamente nel tempo” in quanto “le acque meteoriche continuano ad infiltrarsi nel corpo della discarica generando un percolato che continua a compromettere la qualità delle acque di falda”.

Il 17 gennaio scorso la Corte d’Appello di Napoli ha emesso la sentenza di secondo grado: condannato a 18 anni Cipriano Chianese, gestore della discarica, condanne anche per Gaetano Cerci, assolti l’ex sub commissario per l’emergenza rifiuti campana a inizi anni Duemila Giulio Facchi e altri imprenditori. Il processo sulla discarica Resit è uno dei processi simbolo della lotta alla “Terra dei Fuochi”, emblema della connivenza camorra-pezzi dello stato-imprenditori-massoneria che ha devastato larga parte della Campania. E tante altre regioni d’Italia. Nelle già citate dichiarazioni di Carmine Schiavone Chianese e Cerci ricorrono continuamente, affermando un loro ruolo fondamentale. Sempre nella stessa seduta della commissione bicamerale Schiavone è arrivato ad affermare che “in tutti i 106 comuni della provincia di Caserta” erano loro a far eleggere i sindaci “di qualunque colore fossero”. E, a dimostrazione della forza degli intrecci criminali, che in Germania un loro affiliato aveva costituito 99 società e aveva costruito (con 27 miliardi di marchi!) l’autostrada da Baden-Baden a Monaco. Secondo Schiavone certi affari non avvengono solo in Italia ma anche in Francia, in “tutta Europa” e in America del Sud.

Indagini e processi sulla discarica Resit

Il primo ad indagare, già negli Anni Novanta, sulla discarica Resit fu Roberto Mancini, il poliziotto spentosi il 30 aprile 2014 a 12 anni dalla diagnosi di linfoma non-Hodgkin contratto per il ripetuto contatto ravvicinato con i rifiuti tossici e radioattivi della Terra dei fuochi.

Le sue indagini iniziarono nel 1996, confluendo in una dettagliatissima informativa alla Direzione Distrettuale Antimafia, e finite per anni chiuse in un cassetto finché non furono ritrovate dal giudice Alessandro Militia. Il magistrato, in collaborazione con Roberto Mancini stesso, riprese il fascicolo, continuò ad indagare e ricostruì la vicenda. Fino all’approdo nei tribunali. Dove, dopo la sentenza di primo grado emessa il 15 luglio 2016, si è giunti ora alla sentenza di appello. Un processo fondamentale nel ricostruire la storia criminale italiana: è la seconda sentenza (nel 2013 Francesco Bidognetti era stato condannato a 20 anni per inquinamento delle acque e disastro ambientale aggravato) che vede al centro lo sversamento di rifiuti da parte dei Casalesi nella Terra dei fuochi.

Nei giorni precedenti quel verdetto questa commistione fu denunciata in un’intervista a Fanpage proprio dall’ex sub commissario Giulio Facchi, assolto ora in appello mentre in primo grado fu condannato a 5 anni e 6 mesi. Nell’intervista fu fatto espresso riferimento ad una “trattativa tra lo Stato e la camorra con la partecipazione dei servizi segreti per la gestione dell’emergenza rifiuti in Campania”. “L’ex sub commissario di Antonio Bassolino fino al 2004 racconta di diversi incontri con gli 007 italiani per discutere di come gestire la drammatica emergenza rifiuti campana e la gestione degli impianti in gran parte nelle mani della camorra”, si legge nella descrizione del video dell’intervista. I giornalisti di Fanpage Gaia Bozza e Antonio Musella sottolinearono come le dichiarazioni di Facchi “trovano conferma in alcuni documenti della commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti. Il 12 luglio del 2011, l’allora capo dell’AISI – il servizio segreto interno – Giorgio Piccirillo fu ascoltato dalla commissione d’inchiesta guidata in quegli anni dall’onorevole Gaetano Pecorella. Piccirillo riferisce cosa avvenne tra il 2003 e il 2004, anni che riguardano il periodo preso in esame da Giulio Facchi alle nostre telecamere. Nel 2003 l’ex capo dei servizi Mario Mori – racconta Piccirillo – su richiesta del presidente della commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti Paolo Russo, avviò un sistema di infiltrazione di agenti dei servizi segreti all’interno della struttura del commissariato straordinario all’emergenza rifiuti in Campania”. Secondo la ricostruzione fornita da Piccirillo dopo 3 anni di interruzione, ci fu una “una nuova attività di infiltrazione dei servizi segreti all’interno del commissariato straordinario” perché l’allora prefetto di Napoli Pansa “chiese il supporto di una penetrazione informativa per sostenere i processi decisionali del commissariato straordinario”. Nel 2008 Bassolino, allora presidente della Regione Campania, nominò assessore all’Ambiente Walter Ganapini. La registrazione di un colloquio privato tra Ganapini ed esponenti di “comitati civici ed associazioni ambientaliste”, tra cui WWF e Legambiente, finì tra i cabli di Wikileaks. Nell’incontro Ganapini fece riferimento anche a due atti intimidatori (lo speronamento in auto nel modenese e l’aggressione notturna di 4 persone “a bordo di due moto con il volto coperto da caschi integrali” in piazza del Gesù a Napoli), affermando “gli avvertimenti li ho ricevuti, diciamo, rispetto al fatto che ho visto qualcosa che non dovevo vedere”, e alla discarica di “Parco Saurino 3”, in provincia di Caserta, “che – raccontano i due cronisti di Fanpage – sarebbe stata capace di accogliere tutti i rifiuti dell’emergenza campana”. Ganapini, raccontò ancora nel colloquio riportato da Wikileaks(https://wikileaks.org/wiki/Ganapini_servizi_segreti_presidenza_della_repubblica,_1-4_Jul_2008#_note-2 ), ha negoziato su quella discarica con “il comandante … il coordinatore dei servizi segreti” che gli ha disse “per due volte, urlando: si è esposta due volte la Presidenza della Repubblica”.

L’informativa di Roberto Mancini e le precedenti inchieste

La vita e le inchieste di Roberto Mancini furono ricostruiti e documentati nel 2016 dal libro “Io morto per dovere”. Scritto dai giornalisti Nello Trocchia e Luca Ferrari con Monika Dobrowolska, la vedova di Roberto, e che ispirò una fiction Rai. I due giornalisti denunciarono che “non sarebbe esistita una immonda e sconcia storia criminale e camorristica senza l’appoggio di importanti figure della borghesia affaristica” e che mancano “i nomi dei principali responsabili, dei complici, dei politici, degli infedeli servitori dello Stato, dei professionisti e degli imprenditori”.

Chianese, denunciarono su Repubblica nel 2015 Nello Trocchia e Luca Ferrari “è un uomo potentissimo, capace di cenare con ministri, interloquire con generali delle forze dell’ordine, favorire trasferimenti di agenti dei servizi, finanziare, grazie alla sua enorme disponibilità economica, perfino l’Arma dei Carabinieri. Lo racconta a processo tra gli sguardi sorpresi dei giudici popolari. Lo Stato si presentava nell’ufficio dell’avvocato con il cappello in mano: “Ogni tanto ho dato soldi in occasioni di feste dei Carabinieri, l’ultima volta 25mila euro. Qualche volta regalavo frigoriferi e televisori. Mi chiedevano anche di poter entrare nel mio studio per scrivere un verbale con la mia macchina da scrivere”. Interrogato in tribunale, colui che è considerato tra gli inventori dell’ecomafia in risposta alla domanda “ha mai cercato di essere nominato consulente del ministero dell’Ambiente?” ha sostenuto di non aver “mai cercato nessuno, sono sempre gli altri a cercarmi. Me l’hanno proposto nel 1994, nel 1995, nel 2000. Me l’hanno proposto sempre. Vari personaggi politici, funzionari del ministero dell’Ambiente”. Nello studio di Chianese furono trovate anche bozze non ufficiali di documenti della commissione parlamentare sulle attività connesse al ciclo dei rifiuti. Nella già citata deposizione alla commissione bicamerale Carmine Schiavone definì Chianese “il coordinatore a livello un po’ massonico e un po’ politico” del decollante business criminale dei rifiuti.

Nell’informativa consegnata alla Direzione distrettuale antimafia, Roberto Mancini fece riferimento all’inchiesta “Adelphi” del 1993. Per la cronaca, Cipriano Chianese nel processo sarà assolto senza che la Procura abbia fatto appello, mentre per altre figure centrali i reati contestati furono dichiarati prescritti in appello. In quell’inchiesta, per la prima volta, la Procura di Napoli cercò di ricostruire i contorni e le trame dello sversamento dei rifiuti in Campania. Le indagini posero l’attenzione sul connubio tra appartenenti a logge massoniche toscane, boss casalesi e imprenditori aversani. Le cronache riportano che il 4 febbraio 1991 un camionista si presentò ad una clinica di Castel Volturno accusando un vistoso calo della vista. Poco tempo dopo divenne cieco. Aveva trasportato un carico di rifiuti tossici. Partì da lì l’inchiesta. Le prime testimonianze del boss Nunzio Perrella rappresentarono una svolta. Perrella disse agli inquirenti che i clan grazie a tangenti e al controllo esercitato sui territori scaricarono illegalmente “rilevantissime quantità di rifiuti”.

Nel 2009 l’allora Commissario straordinario all’emergenza rifiuti della Campania, Alessandro Pansa, riportò alla Commissione parlamentare sulle attività illecite connese al ciclo dei rifiuti che “per costruire una discarica abusiva, occorre una connivenza totale con la criminalità organizzata, che è il fattore legante e organizzativo. Ci vuole il coinvolgimento delle aziende (che forniscono i prodotti, soprattutto quando si tratta di discariche abusive di prodotti tossici), quindi degli imprenditori, di un sistema di autotrasporti, dei proprietari del terreno, di coloro che a quel terreno hanno accesso e anche di coloro che ne hanno visione. Le discariche abusive, infatti, sono attività che funzionano non per pochi giorni, bensì per tempi abbastanza lunghi. È evidente, quindi, che la disattenzione è totale. Sorgono in zone non facilmente assistibili, in zone agricole dove la presenza dei controlli da parte delle forze dell’ordine è molto limitata, poiché, come si sa, queste ultime essenzialmente sono concentrate nei centri urbani. Il sistema dei trasporti, però, doveva essere controllato, giacché comunque si parla di quantitativi notevoli e volumi enormi, che circolano sul territorio nazionale e sulle strade principali. Questi rifiuti percorrono praticamente tutto il territorio nazionale, in quanto la maggior parte dei prodotti veniva dal nord, come moltissime inchieste hanno accertato. Durante il viaggio, questi prodotti, in effetti, cambiavano natura dal punto di vista della documentazione: il meccanismo è sempre stato questo”. Quest’ultimo è un meccanismo consolidato e documentato in molte inchieste non solo campane, che ha portato anche al cosiddetto giro di bolla. I rifiuti vengono fatti passare in un centro di stoccaggio nel quale vengono falsificate la bolla (così il centro ne diventa sulla carta il nuovo produttore, cancellando la vera origine del rifiuto) e la tipologia, declassificando il rifiuto da pericoloso a non pericoloso senza che ci sia stato alcun trattamento per diminuirne la tossicità. Nel 1998, ascoltato dalla Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, così lo descrisse l’ex procuratore della Repubblica di Napoli, Agostino Cordova: “normalmente questi rifiuti vengono classificati, alla produzione, come rifiuti tossico-nocivi e affidati per lo smaltimento. Durante questo giro la qualificazione viene cambiata, e vengono classificati come rifiuti riutilizzabili. Quindi vanno a finire in vari posti, come cave quasi sempre abusive, sfruttate per l’estrazione della ghiaia e poi riempite di rifiuti; oppure, più semplicemente, vengono mescolati al terriccio ed interrati”.

In Campania, l’inchiesta che più di tutte ha cercato di documentare questo sistema fu Cassiopea, condotta dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, nel 2003, e su cui calò il sipario nel 2011 – in un processo che vide 95 imputati – soprattutto per intervenute prescrizioni. Le indagini coinvolsero un traffico di decine di viaggi settimanali che hanno portato in Campania rifiuti pericolosi da diverse regioni del Nord. Si andava dalle polveri da abbattimento dei fumi delle industrie siderurgiche e metallurgiche, alle ceneri da combustione di olio minerale, lubrificanti delle macchine, scarti delle vernici, ceneri residue da combustione, solventi, e le acque proveniente da stabilimenti di industrie chimiche e acidi. Appena arrivati in Campania venivano interrati in cave e campi. Un sistema con gli stessi meccanismi del processo Resit, così come riportò Roberto Mancini nell’informativa. Si offrivano addirittura soluzioni ai comuni della provincia di Roma che avevano difficoltà a smaltire anche solo i rifiuti domestici. E si arrivò ai rifiuti industriali e ad altre regioni. Nella discarica Resit tra il 1987 e il 1991 sarebbero state smaltite almeno 30.600 tonnellate di rifiuti provenienti dalla bonifica dell’Acna di Cengio, un’azienda savonese di coloranti.

La Terra dei Fuochi e gli affari della camorra non sono solo passato

Tre anni fa, l’aggiornamento dello studio Sentieri dell’Istituto Superiore di Sanità evidenziò “eccessi nel numero di bambini ricoverati nel primo anno di vita per tutti i tumori”, nelle province di Napoli e Caserta e “di tumori del sistema nervoso centrale nel primo anno di vita e nella fascia di età 0-14 anni” oltre ad “un’elevata prevalenza alla nascita di malformazioni congenite in aree caratterizzate anche dalla presenza di siti di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi”, sottolineando come “i bambini che vivono in condizioni sociali avverse presentano infatti esposizioni multiple e cumulative, sono più suscettibili ad una ampia varietà di sostanze tossiche ambientali e spesso non hanno accesso a un’assistenza sanitaria di qualità per ridurre gli effetti di fattori di rischio ambientali”.

Ed è stato documentato come lo sversamento dei rifiuti da parte dei clan di camorra avviene ancora. Il 3 settembre 2017 Marilena Natale e Nicola Baldieri nelle campagne di Villa Literno si sono imbattuti in un imprenditore edile, cugino di Michele Zagaria, che stava ricoprendo una buca colma di rifiuti. Quasi un anno prima, il 14 settembre 2016, Antonio Musella di Fanpage e Vincenzo Tosti ad Afragola – dopo l’ennesimo rogo nella zona – si sono imbattuti tra i rifiuti in ricette mediche provenienti dalla provincia abruzzese di L’Aquila e dalle province siciliane di Enna e Messina. Sarebbero rifiuti speciali, destinati ad essere smaltiti da ditte specializzate scelte dopo gare d’appalto. Invece, erano illecitamente finiti ad Afragola. In Abruzzo si è tentato di chiarire la vicenda e di chiedere spiegazioni a chi di dovere. Anche se con la parola trasparenza le nostre istituzioni animano pomposi discorsi da decenni, quasi nulla si trovava nella sezione “Amministrazione trasparente” dei siti delle Asl abruzzesi. L’allora assessore regionale Silvio Paolucci (PD) dichiarò di aver attivato un servizio ispettivo e che appena “comunicati ulteriori sviluppi negli accertamenti, provvederemo a informare tutti i nostri concittadini, perché si tratta di un fatto grave, su cui va fatta piena chiarezza”. Sono passati ormai 2 anni e mezzo, è cambiato il governo nazionale, è cambiata la giunta regionale abruzzese, Paolucci è oggi consigliere di opposizione. Ma del servizio ispettivo e degli “accertamenti” non si ha più notizia alcuna.