I sismi che colpiscono il nostro paese lungo l'arco appenninico sono spesso in rapida successione, con un effetto di amplificazione che provoca ingenti danni anche quando la magnitudo delle singole scosse è limitata. La scoperta è dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, che sottolinea la necessità di aggiornare le norme antisismiche per la costruzione di edifici. Ma i dati sui passati terremoti mettono a disposizione un altro strumento: la previsione operativa dei terremoti, cioè la definizione della probabilità di un sisma entro un dato arco di tempo
Come gestire efficacemente il rischio sismico che caratterizza molta parte del territorio italiano? Tre articoli a firma di ricercatori del'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV) in via di pubblicazione sulle “Seismological Research Letters” dimostrano che l'analisi dei sismi che hanno colpito il nostro paese in anni recenti può offrire indicazioni molto utili, sia per definire normative antisismiche più “personalizzate” sul tipo di terremoti che avvengono lungo l'arco appenninico sia per la gestione delle situazioni di emergenza, anche sulla base di previsioni probabilistiche dei sismi.
Nel primo articolo, Anna Tramelli e colleghi della Sezione di Napoli dell'INGV e Osservatorio vesuviano riferiscono di aver scoperto che i terremoti degli ultimi decenni si sono manifestati secondo una successione di scosse entro breve tempo che amplificano l'energia rilasciata e soprattutto di effetti distruttivi sugli edifici.
“Analizzando la sequenza sismica dell'Emilia, quella che ha colpito la zona di Mirandola-Medolla nel 2012, abbiamo notato che in Italia, e in particolare lungo l'arco appenninico, i terremoti tendono a ripetersi nello stesso modo”, ha spiegato Tramelli a “Le Scienze”. “Molto spesso si tratta infatti di eventi di magnitudo non elevata, che però si susseguono secondo una successione temporale ridotta: questo avviene perché si tratta di zone molto 'fagliate', cioè con faglie non di grandi dimensioni, ma numerose, in cui un sisma può innescarne altri, con più faglie che iniziano a slittare tra di loro”.
Ma che cosa succede a un edificio investito da una sequenza di terremoti molto vicini tra loro? Grazie a una simulazione, Tramelli e colleghi hanno dato una risposta a questa domanda.
“Nel nostro studio, abbiamo considerato le cinque maggiori scosse del terremoto dell'Emilia, tutte con magnitudo maggiore di 5, e leabbiamo messe in una successione temporale ravvicinata”, ha aggiunto la ricercatrice. “Messe insieme, queste scosse superano, fino a circa 150 chilometri dall'epicentro, i cosiddetti 'spettri di riferimento', cioè le sollecitazioni a cui devono far fronte le costruzioni secondo la vigente normativa sismica”.
Di conseguenza, un edificio realizzato per resistere a un singolo sisma di forte intensità potrebbe non riuscire a far fronte a una successione di scosse, anche se di magnitudo inferiore.
Le “Seismological Research Letters” dedicano inoltre ampio spazio al tema della previsione probabilistica dei terremoti e delle misure di protezione civile attuabili a partire da quelle previsioni, con particolare riferimento a ciò che è stato realizzato in Italia.
Prevedere i terremoti non è ancora nelle possibilità della scienza; tuttavia, il fatto che le scosse sismiche si presentino in sciami o in sequenze indica che le probabilità che si verifichi un terremoto non è costante nel tempo: aumenta e diminuisce nell'arco di giorni o anni in funzione dell'attività sismica che si verifica nelle vicinanze. La previsione operativa dei terremoti è in sostanza la divulgazione di informazioni autorevoli sulla variazione di queste probabilità, in modo da aiutare la popolazione interessata a prepararsi a sismi potenzialmente distruttivi, secondo il modello della previsione operativa dei terremoti (Operational earthquake forecasting, OEF).
L'OEF è stata recentemente criticata da alcuni esperti, che l'hanno definita inefficace, distraente (nel senso che porterebbe a trascurare le misure antisismiche) e pericolosa. Secondo questa posizione, la probabilità percentuale di rischio che avvenga un sisma entro un certo arco di tempo è un'informazione difficilmente traducibile in iniziative pratiche, e anzi controproducente.
In un articolo di commento, Thomas H. Jordan, professore di scienze della terra presso l'Università della Southern California a Los Angeles e direttore del Southern California Earthquake Centre, e Warner Marzocchi, della sezione romana dell'INGV, prendono posizione per difendere il modello della previsione operativa dei terremoti, sulla base di esperienze recenti.
Nel nostro paese, come illustrano lo stesso Marzocchi, e colleghi della sezione romana dell'INGV, la previsione operativa dei terremoti è deputata a un'apposita Commissione internazionale sulla previsione dei terremoti per la protezione civile (International Commission on Earthquake Forecasting for Civil Protection, ICEF), istituita dal governo italiano dopo il terremoto che colpì l'Aquila nel 2009. Formata da esperti sismologi di Cina, Francia, Germania, Grecia, Italia, Giappone, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, la commissione è presieduta da Thomas H. Jordan.
In termini concreti, l'attività di questi anni ha reso disponibile un sistema di previsione operativa dei terremoti che produce mappe del del territorio italiano con il rischio di sismi di magnitudo maggiore di 4 o di 5,5 entro una settimana. Si tratta di una versione preliminare visibile solo agli addetti ai lavori, ma già si progetta di sperimentarne l'accessibilità pubblica in una piccola popolazione.
In questo quadro, la previsione operativa dei terremoti delinea chiaramente il ruolo degli scienziati nel complesso processo decisionale che dovrebbe portare alla protezione della popolazione, e cioè fornire informazioni rigorose sul rischio sismico a tutti i soggetti implicati: Commissione grandi rischi, Protezione Civile, e infine, con tutte le cautele del caso, la popolazione generale.
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